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Ungaretti, L'Allegria
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..curioso

Sembra assurdo ma queste inutili pagine sono state viste da

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curiosi, alcuni di voi hanno cercato l'impossibile,dal sesso ai chirotteri, gli altri, i pochi che superano i cinque secondi di permanenza, risollevano le nostre speranze di fornire un servizio, mah che dirvi?
grazie!

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orvuà........

Free Burma
venerdì, 06 luglio 2007

Tolstoj vince il premio Strega 




Il romanzo Vita di M.M. vince il premio Strega 2003 copiando palesemente Guerra e pace del vecchio Lev. L'autrice, il cui nome non citerò per non contribuire alla sua effimera fama, sostiene: "E’ evidente che in forma inconscia è riemerso qualcosa che da anni giaceva nascosto in qualche angolo della mia mente" (lungi da lei l'aver effettuato un mero copia incolla).
La curiosa scoperta è il frutto di una ricerca di Claudia Carmina dell'università di Palermo.
La lettura è uno dei piaceri che gli uominii si possono godere e le scimmie no, ma scoprire che i quattrocento giurati del premio non si siano accorti del plagio fa scivolare il cinismo del lettore medio verso forme biecamente nichiliste (cinismo nichilismo e "biechismo" sono tratti da "Filosofia della mafia dal moderno al contemporaneo").
Da Andy Warhol in poi le citazioni sono diventate sempre più presenti e sempre meno interpretate. Tutto diventa fruibile e possibile. Anche vincere uno dei premi più importanti della letteratura sfruttando un calcolatore elettronico con un programma di scrittura, copiando, incollando con l'unica attenzione di sostituire il nome del personaggio con quello che si ha in mente (anche l'inconscio lascia spazio all'oblio). Il resto lo fanno l'ignoranza dei giurati e la buona fede del lettore che si lascia ammaliare dalla Strega.

postato da: bloggale alle ore 11:19 | link | commenti
categorie: libri, arte
Free Burma
lunedì, 13 febbraio 2006

David Herbert Lawrence 

Mare e Sardegna
 
cagliari vecchia
E improvvisamente ecco Cagliari: una città nuda che si alza ripida, dorata, accatastata nuda verso il cielo dalla pianura all'inizio della profonda baia senza forme. E' strana e piuttosto sorprendente, per nulla somigliante all'Italia. La città si ammucchia verso l'alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme: senza alberi, senza riparo, che si erge spoglia e fiera, remota come se fosse indietro nella storia, come una città nel messale miniato da un monaco. Ci si chiede come abbia fatto ad arrivare là. Sembra la Spagna, o Malta: non l'Italia. E' una città ripida e solitaria, senza alberi come in una miniatura antica. E al tempo stesso simile a un gioiello, un inaspettato gioiello d'ambra a rosetta nudo nel cuore della vasta rientranza. L'aria e fredda, tira un vento freddo e pungente, il cielo è tutto a grumi. E quella è Cagliari. Ha quell'aspetto strano, come se si potesse vederla, ma non entrarci. E' come una visione, un ricordo qualcosa che è passato. Impossibile che si possa davvero camminare in quella città: metterci piede, e mangiarci, e riderci. Ah no! Eppure le navi si avvicinano sempre di più, e stiamo cercando il porto vero e proprio. 
   Cagliari Largo Carlo Felice
Ci avviamo su per un ampia strada, nuova, ripida, con alberelli su entrambi i lati. Ma di pietra, aride, nuove, larghe pietre, giallicce sotto il cielo freddo, sempre deserta. Anche se naturalmente, c'è gente in giro. Il vento da nord soffia pungente.
Ci inerpichiamo su un'ampia gradinata, sempre più su, su per l'ampio, ripido, desolato viale con i suoi alberelli.
 
Fredda Cagliari di pietra: in estate devi essere di un caldo rovente, Cagliari, come una fornace.
Strana Cagliari di pietra. Ci inerpicammo su per una strada fatta come una scala a chiocciola. Cagliari è molto ripida.
A metà c'è uno strano posto chiamato i Bastioni, un ampio spazio pianeggiante simile a una piazza d'armi con alberi, curiosamente sospeso sopra la città, e dal quale parte un piano inclinato, simile a un ampio viadotto di traverso sopra alla strada a chiocciola che si inerpica verso l'alto. Sopra ai bastioni la città continua a salire ripida verso la Cattedrale e la fortezza. Quello che è singolare è che questa terrazza o bastione sia così ampia, come un grande campo di gioco, tanto da essere quasi desolata, e non si riesce a capire come faccia a stare sospesa a mezz'aria. Giù in basso c'è il piccolo cerchio del porto.
 
Cagliari salineA sinistra una bassa pianura marina, dall'aspetto malarico, con ciuffi di palme e case che sembrano arabe. Da qui parte la lunga lingua di terra che va verso la torre d'avvistamento bianca e nera, la strada bianca striscia in quella direzione.
Sulla destra, davvero curioso, una lunga, strana lingua di sabbia corre come una sopraelevata lontana attraverso le secche della baia, col mare aperto da una parte, e vaste lagune, una cosa da fine del mondo, dall'altra.
Oltre queste ci sono montagne scure dalle molte vette, proprio come oltre la vasta baia ci sono tetre colline.
E' un paesaggio davvero strano: come se il mondo finisse qui.
 
La baia è di per sé estesa; e tutte queste cose curiose che accadono sul suo capo: questa strana città scoscesa, simile a una grande colonnetta di roccia coperta di case che si protende verso l'alto dalle secche della baia: e intorno, da un lato, la stanca pianura malarica, simile a quelle arabe desolate e ricoperte di palme, e dall'altro le grandi saline proprio dietro lo sbarramento di sabbia, con alle spalle, all'improvviso, montagne serrate e raggruppate, mentre lontano oltre la pianura, colline sorgono nuovamente verso il mare.
 
Terra e mare sembrare finire entrambi, spossati sul capo della baia: la fine del mondo. E in questa fine del mondo sorge Cagliari, e su entrambi i lati, improvvise colline dalle creste serpentine.
Ma ancora mi ricorda Malta: persa tra Europa e Africa, appartiene a nessun luogo, non essendo mai appartenuta a nessun luogo. Alla Spagna e agli Arabi e ai Fenici, più di tutto. Ma come se non avesse mai veramente avuto un destino. Nessun fato. Lasciata fuori dal tempo e dalla storia.
postato da: klapka alle ore 15:49 | link | commenti (3)
categorie: viaggi, libri
Free Burma
venerdì, 10 febbraio 2006

Flavio Soriga 

Neropioggia - Flavio SorigaNeropioggia

Donne
[…] Eccole qua le nostre signore, le ultime della nazione a fregarsene di creme e diete, a farsi un vanto del mangiare molto, a credere nell’importanza dei fianchi grossi a vedere la bellezza con diffidenza, testarde nello sposarsi adolescenti, nel farsi schiave dei mariti e poi dei figli e delle madri e delle suocere – aveva il malanimo quella mattina Marta Deiana, svegliata presto dal cattivo tempo e dal mal di testa, guardava l’agitarsi delle mani sui banconi i soldi cavati dai vecchi borselli stretti contro le gonne – Le ultime donne della nazione a non avere sogni, neppure di quelli da telenovelas, neppure sogni sbagliati, neppure di farsi rapire da un principe-camionista o da chiunque altro, nessun sogno nessuna dieta, donne di Nuraiò che il cielo vi aiuti e che il Paradiso ci sia davvero, che non vi sia tolto anche quello […]
 
Il sogno
[…] La donna si voltò e fissò la strada le case gli orti, si sporse in fuori, si diede lo slancio e in un niente fu in aria, Crissanti credette di vederla, tutta bianca e altissima, il viso sorridente, volare verso la campagna e le serre, il fiume asciugato dai capricci della diga, i pesci agonizzanti nelle pozze, le anguille sparite lo stagno asciugato, i terreni avvelenati dalla chimica ingorda, Crissanti vedeva tutto, la strega a gambe larghe sopra la striscia d’asfalto, le macchine lucenti, i ragazzi di ritorno dalla città nobile e ricca, indaffarata anche a quell’ora, vide il palazzo bianco del comune sotto la pancia della strega e lì di fronte il porto, due pescatori con la barba di spine, labbra morsicate dal sole, pance gonfiate dal vino, tre puttane d’Africa povera, quattro ragazzi macilenti e le loro crosticine sulle braccia e tra le dita dei piedi, e più su le torri, a guardare torve il mare e i Moriscos, e ancora il Castello, i palazzi nobilissimi scrostati dal sale, dal tempo e dalla lontananza dei padroni persi nelle ville del litorale, e poi ancora volò la strega verso la bianca fortezza senza grazia né gioia, carica di lamenti e sbarre, fucili e odio, la gabbia dei vinti dove si dannano i cattivi, dove muoiono di freddo e rimpianti i diavoli senza scampo, gli omicidi e i ladroni e i truffatori e i puttanieri e i senza sorte, i maledetti, la strega vola dentro la cella di Efisietto e gli bacia i piedi sporchi, gli canta la filastrocca, Ommini mau as’a morri impiccau, uomo cattivo morirai impiccato, gli soffia nell’orecchio alito di rimpianti e accuse, […]
 
Le sofferenze
[…] Zio Luciano diventato un’immagine di tutti, la foto sui giornali, il suo sorriso cattivo alla tv, l’intervista al giornalista romano, Non ho mai fatto male a nessuno, mai un uomo ha sofferto fisicamente per mano mia o dei miei amici, mai – quello che lo fissa si chiede se scherza, se mente per difendersi, vede convinzione sicurezza lucidità, E la prigionia, insiste, Non è sofferenza quella? Anche la fame, anche stare nei boschi a portare pecore per due soldi, anche la giustizia che ci da colpevoli in anticipo, anche le perquisizioni a casa di mia madre che non c’entra niente, anche il monte che ci vogliono recintare per farne il loro parco, anche il talco respirato in miniera a Orani, anche queste sono sofferenze , sofferenze di tutti, del popolo che non ha voce e non ha forza, ci ha mai pensato? E i ragazzi nostri a pulire i cessi per due soldi in Costa Smeralda, e le spiagge nostre recintate dai Villaggi, e la gente di Sarroch uccisa dal petrolio dei milanesi, qualcuno va in galera per tutto questo? Ché se pagano noi li lasciamo in due giorni, sani come prima, una gita in montagna si fanno, niente di più, ché tutto questo casino lo fate tanto per riempire pagine, voi dei giornali, il paese dei banditi, ma dove! Gente per bene, qui, fate i conti dei laureati, dei libri presi in biblioteca, di altre cose dovremmo parlare, un teatro costruiteci, una piscina, una scuola fatta bene, che ci tocca d’arrivare in città. […]
postato da: klapka alle ore 09:22 | link | commenti
categorie: libri
Free Burma
sabato, 17 dicembre 2005

Heinrich Böll 

Opinioni di un clown

Specchio
[...] vuotai il piatto in piedi davanti al frigorifero e mentre mangiavo mi contemplavo nello specchio che sta appeso sopra il frigorifero. Nelle ultime settimane non avevo fatto neppure il più utile degli esercizi: la ginnastica facciale. Un clown, il cui effetto principale consiste nell'immobilità della maschera, deve mantenere il viso perfettamente mobile. Un tempo, prima di cominciare a fare i miei esercizi, usavo tirar fuori la lingua per sentirmi realmente vivo e presente prima  di staccarmi di nuovo da me stesso. Più tardi abbandonai questo esercizio e presi a guardarmi attentamente in viso, senza far uso di nessun trucco e movimento, ogni giorno per almeno mezz'ora, finchè alla fine non esistevo più: dal momento che non soffro di narcisismo, spesso mi sentivo prossimo alla pazzia. Dimenticavo semplicemente che ero io quella faccia che vedevo allo specchio, voltavo lo specchio e quando avevo finito gli esercizi, o quando più tardi, nel corso della giornata mi vedevo per caso allo specchio passando, mi spaventavo: c'era un estraneo nella mia stanza da bagno, al gabinetto; un tizio che non sapevo se fosse serio o buffo, un fantasma pallido con il naso lungo; e allora correvo più in fretta che potevo da Maria, per vedermi nel suo viso. Da quando lei non c'è più non riesco più a fare i miei esercizi: ho paura di diventare pazzo. Quando avevo finito il mio lavoro andavo da lei, il più vicino possibile, fin quando riuscivo a vedermi nelle sue pupille: un'immagine minuscola, confusa, ma riconoscibile. Quello ero io, eppure ero quello stesso di cui avevo paura quando ero davanti allo specchio. Come potevo spiegare a Zohnerer che senza Maria non posso più fare gli esercizi allo specchio?  [...]


postato da: bloggale alle ore 15:29 | link | commenti
categorie: libri
Free Burma
martedì, 13 dicembre 2005

John Fante 

Chiedi alla polvere

Sebastião Salgado, San Juan

 
"....ma io volevo soltanto Sammy, e per questo gli ho tirato in faccia il sillabario, perchè a me piace che un uomo si comporti da uomo, e non che sia soltanto parole, parole e parole...."*

"..Quelle huaraches..devi proprio portarle, Camilla? 
Non puoi proprio farne a meno di sottolineare il fatto che sei una sudicia messicana e sempre lo sarai?"

*Da Prologo di Chiedi alla polvere

postato da: bloggale alle ore 19:14 | link | commenti (1)
categorie: libri, fotografia
Free Burma
lunedì, 05 dicembre 2005

Come d'Inverno... 

L'incendio nell'oliveto

[...]

Si placherà il vento, tacerà il bosco stanco;
ritornerà la quiete, ritornerà la tempesta e di nuovo la quiete ancora;
tutto sta ad aspettare, fermi come la radice della montagna,
senza dare troppa importanza alle cose che succedono fuori di noi:
fermi, tranquilli intendendo tutto e spiegandoci tutto.
[...]
 
(Grazia Deledda)
postato da: klapka alle ore 14:28 | link | commenti
categorie: libri
Free Burma
giovedì, 24 novembre 2005

Manà 


Manà
de sos de Isporosile

Manà birgonzosu no ischit ite narrere, e cuminzat:"deo tottu custos contos non los cumprendo. Deo so andau a Monte Longu pro ghirare a babbu sas pinnas de s'astore. Non cherio fachere male. S'unica cosa chi cherio: fit a andare e torrare a cuba dae Monte Longu. Si una cosa aio a cherrere est custa: andare serenu a ficu morisca a Monte Longu cand'est su tempus. Appustis mi diat a piachere anziare a su cuccuru a sichire su bolu de s'astore pro che bider tottu Isporosile dae Badde Sola a Badde Manna e settiu cue contare sas nues chi currene in chelu che cherbos in su padente. Pro itte su cuccuru depeat aere unu mere? S'astore est su mere de Monte Longu. Atteru non mi benit a conca in custu mamentu."
Martine Delogu


Manà

di quelli di Isporosile

Manà, confuso, non sapeva cosa dire, ma iniziò a parlare:"io tutte queste storie non le capisco. Volevo solo andare a Monte Longu per portare le piume del falco a mio padre. Non volevo fare male, solo andare e tornare di nascosto da Monte Longu. Se una cosa volessi è proprio questa, andare in pace a cercare i fichi quando è il tempo, salire sul cucuzzolo per guardare il volo del falco e vedere tutta Isporosile dalla Valle Solitaria alla Valle Grande e, seduto sul rocciaio contare le nuvole che corrono in cielo come cervi nel prato. Perchè Monte Longu deve avere un padrone? Il falco è il padrone del rocciaio, altro non saprei cosa dire."
Martino Delogu

(Il testo in formato pdf)

postato da: bloggale alle ore 19:30 | link | commenti (1)
categorie: libri