
La camorra diviene crimine quando perde,
Andò via, e chiuse la porta. Nanà restò sola, col viso all’aria, nel chiarore della candela. Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia. buttata là, su un cuscino. Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l’uno con l’altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti. Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l’altro, semiaperto, s’incavava come un buco nero e marcio. Il naso suppurava ancora. Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo. E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un’onda d’oro. Venere si decomponeva. Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito.